Publio Ovidio Nasone: dalle rive del Gizio alle coste del Ponto Eusino, il destino amaro di un poeta che sfidò Augusto e la cui voce risuona ancora
Di GIANFRANCO COCCIA

La parabola di Publius Ovidius Naso è una delle più affascinanti e drammatiche dell’antichità. Talento precoce, voce raffinata e ironica, egli conquistò Roma con versi che cantavano l’amore e la metamorfosi.
Nasce a Sulmo, oggi Sulmona, nella Regia IV Samnium il 20 marzo del 43 a.C. da famiglia appartenente al rango equestre. E’ un’epoca di passaggio: la Repubblica è al tramonto e il giovane Ottaviano sta consolidando il proprio potere dopo l’aspra contesa con Antonio (e Cleopatra). Si trasferisce pertanto a Roma per studiare grammatica e retorica presso insigni maestri, come Arellio Fusco, Porcio Latrone, Seneca il Vecchio e, dopo viaggi di studio in Grecia, Egitto, Asia minore e Sicilia, decide – contro il volere del padre – di rinunciare alla carriera forense per dedicarsi alla poesia. Una scelta di vita di presa dirompente già alla sua giovane età perché lui stesso affermerà “et quod temptabam dicere versus erat”, ossia «ciò che tentavo di dire lo dicevo in versi».

Entra nel circolo letterario di Messalla Corvino, che lo stimolerà a dedicarsi alle lettere, nel cui contesto conoscerà e frequenterà poi Properzio e per un breve periodo di tempo anche Virgilio; ottiene subito in questa nuova vita un primo importante successo con la iniziale raccolta di elegie: gli Amores. Seguono le Heroides, che danno parola alle eroine del mito con lettere piene di pathos e di introspezione. Poi arriva la sua opera più controversa: Ars Amatoria, un manuale, questo, per sedurre, scritto per di più con brillante ironia e in aperto contrasto con le leggi morali di Augusto, che punivano l’adulterio, premiando, invece, i matrimoni, tutto ciò per dar corso alla restaurazione dei buoni costumi incardinati nella tradizione. Ovidio sorride delle regole e insegna l’arte dell’eros come se fosse una disciplina raffinata. L’amore diventa così un frivolo gioco mondano, fatto di galanterie e abili schermaglie, il cui obiettivo è il piacere sessuale (spes Veneris), ciò a prescindere da ogni sincera passione.
Seguiranno poi i Remedia Amoris, consigli per guarire dalle pene sentimentali, accompagnati dai Medicamina faci?i femin?ae, quest’ultimo un trattato sul trucco cosmetico delle donne.

Le Metamorfosi: il sogno in versi
Nel frattempo, lavora a un poema monumentale: Metamorfosi, quindici libri che raccontano miti di trasformazione, dalle origini del mondo alla divinizzazione di Cesare. Un intreccio continuo di storie, unite dal filo del cambiamento. È insieme enciclopedia mitologica, romanzo poetico e riflessione sull’instabilità di ogni cosa.

La tragica svolta
Nell’8 d.C., al culmine del suo successo, ha luogo l’inattesa e tragica condanna alla relegatio a Tomi, oggi Costanza, sul mar Nero (Pontus Euxinum): il verdetto è irrevocabile, Ovidio deve lasciare la città che ama, i salotti letterari, la sua casa, i suoi affetti.
A differenza dell’exilium, Ovidio non viene privato dei suoi diritti di civis romanus, mantiene infatti la proprietà dei suoi beni, ma è obbligato a rimanere isolato sino alla morte in una terra lontana e poco ospitale.
Le motivazioni di questo allontanamento dall’Urbe rimangono ancora velate da un certo mistero sul quale molti, in passato, hanno cercato con esito non univoco di dare una ragionevole spiegazione: solo il poeta ne farebbe menzione nei Tristia a duo crimina, carmen et error. Quanto al carmen, era notorio – come dianzi detto – che la sua poesia licenziosa fosse sgradita al nuovo corso imperiale imposto da Augusto che propagandava la restaurazione dei boni mores (i buoni costumi) della tradizione: l’Ars amatoria, per la vulgata del tempo, diventa, in particolare, un autentico manuale per adulteri.
Per quanto, invece, concerne l’error, un pensiero più condiviso vuole che Ovidio sia rimasto imbrigliato in uno scandalo familiare di corte con protagonista Giulia, la nipote, piuttosto dissoluta dell’imperatore. La pena non gli viene condonata né dall’imperatore né dal suo successore, il figliastro Tiberio e, nonostante le implorazioni ricorrenti affidate alle elegie composte a Tomi (cioè, nei Tristia e nelle Epistulae ex Ponto), ed é così che egli rimane definitivamente lontano da Roma sino alla morte intervenuta intorno al 17 d.C .
L’esilio: malinconia e resistenza
A Tomi, il clima è rigido, le genti parlano lingue straniere, la vita è isolata. Ma il poeta non smette di scrivere. Nascono le citate Tristia e le Epistulae ex Ponto, lettere in versi agli amici e suppliche agli imperatori. Raccontano il freddo, la nostalgia, l’ingiustizia, non mancando però di difendere anche la dignità della sua arte.
Il tono cambia: dall’ironia amorosa passa a una voce più intima, segnata dalla consapevolezza della perdita. La metamorfosi, ora, non è più un mito: è la sua vita.
La fine e l’eredità
Ovidio è il poeta che seppe cantare l’amore senza piegarsi al potere, pagandone il prezzo più alto. La sua vita, da Sulmona al mar Nero, è una lunga metamorfosi: da giovane brillante e celebrato, a voce solitaria in relegatio. Ma forse, è proprio in quel contrasto tra gloria e perdita che risiede la forza che lo rende ancora vivo ancor oggi, duemila anni dopo. Il Poeta muore, come detto, a Tomi intorno al 17 d.C., senza aver mai rivisto Roma: eppure, le sue opere viaggeranno oltre il suo tempo. Le Metamorfosi ispireranno Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Shakespeare, pittori e scultori del Rinascimento e oltre, e anche D’Annunzio. L’Ars Amatoria resterà, quindi, un classico di spirito libero, scomodo e affascinante.
“Qui giaccio io, Ovidio Nasone poeta, cantore di delicati amori, che perii per il mio ingegno; non sia grave a te, che passi e hai amato, mormorare: le ossa di Ovidio riposino infine dolcemente”.
Questo è l’epitaffio che egli volle scolpito sulla sua tomba, secondo le disposizioni che aveva lasciato alla fedele moglie Fabia, volendo così, poter essere ricordato come il “poeta dei dolci carmi d’amor” che in gioventù gli avevano aperto le porte del successo ma, soprattutto, della felicità volatilizzatasi con quel soffio di vento augusteo.
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