Pericle, l’architetto politico dell’Atene Eterna: una rivisitazione tra passato e presente
Di GIANFRANCO COCCIA


testa di marmo da una statua di Pericle. Copia romana del I secolo d.C. dall’originale attribuito a Cresila,
429 a.C. circa – Altes Museum Berlin
di Gianfranco Coccia
L’alba di un uomo nuovo
Nell’antica Atene del V secolo a.C., tra le ombre dei templi dorici e il fervore dei dibattiti nell’agorà, emerge una figura destinata a cambiare per sempre il corso della civiltà occidentale: Pericle. Politico, oratore e stratega, egli non è soltanto un leader nel senso tradizionale del termine, ma un vero architetto di un’epoca. Il suo nome è oggi indissolubilmente legato a quello della cosiddetta “età dell’oro” di Atene, un periodo in cui la città ha brillato per raffinatezza culturale, potenza politica e profondità filosofica.
Ma chi è stato davvero Pericle? Come è riuscito a trasformare Atene da una semplice polis greca a una fucina di idee, arte e libertà? E, soprattutto, cosa è rimasto del suo esempio nel nostro tempo segnato da crisi democratiche e da una crescente disillusione nei confronti della politica? Il presente contributo tenterà di dare una risposta a queste domande.
Torniamo quindi nell’Atene dei primi decenni del V secolo a.C.
Nelle strade polverose della città pullulano mercanti, artigiani, filosofi e poeti. È una polis viva, pulsante, ma ancora lontana dall’apice che raggiungerà di lì a non molto. In questa cornice nasce Pericle, figlio di Santippo, stratega vincitore a Micale, e di Agariste, discendente della potente famiglia degli Alcmeonidi.
Non è un’infanzia qualunque: Pericle cresce in una casa dove il potere e la cultura si mescolano, dove le parole hanno lo stesso peso delle armi e l’educazione è strumento di potere tanto quanto la spada.
Non si sa molto dei suoi primi anni, ma una cosa è certa: fin da giovane Pericle dimostra un carattere riservato e riflessivo, quasi austero. È allievo di Damone, musicista e teorico dell’educazione e, probabilmente, frequenta anche le lezioni di Anassagora, il filosofo che gli trasmetterà una visione razionale e quasi scientifica del mondo. Anassagora, in particolare, lascerà un’impronta profonda nel suo pensiero aiutandolo a distaccarsi dalle superstizioni e ad abbracciare un’idea di governo guidata dall’intelligenza e dalla ragione.
In quegli anni Atene è ancora segnata dalla rivalità con Sparta, dalla tensione tra le classi sociali e da una democrazia che, seppur nata, è ancora fragile.Pericle osserva, ascolta, impara. Cresce nell’ombra, lontano dagli eccessi e dalle mode dell’aristocrazia, preparandosi con cura a un destino che pare già scritto e che lui, invece, saprà riscrivere.
I primi passi nella vita pubblica saranno cauti e misurati. Non amerà le apparizioni teatrali, non infiammerà le folle con frasi a effetto: conquisterà con la coerenza, l’eleganza del pensiero, l’autorità morale. La sua voce è sempre calma, ma quando parla, tutti lo ascoltano. I suoi avversari inizieranno a temerlo non per l’aggressività, ma per la sua capacità di tessere strategie sottili, invisibili ma efficaci.
Nonostante l’illustre lignaggio, Pericle si schiererà progressivamente con i democratici, avvicinandosi alle esigenze del demos, del popolo. Questo non per convenienza, ma per convinzione: egli crede in una Atene più equa, più istruita, più potente grazie all’inclusione e non all’esclusione. Sarà questa la scintilla della sua grandezza: il suo sogno non è personale, è collettivo. Non vuole dominare la città, ma solo elevarla.
Il momento per lui si fa propizio quando, con la scomparsa di Temistocle, l’eroe delle guerre persiane, è pronto a colmare il vuoto. La sua ascesa graduale ma irrefrenabile, come il lento sorgere del sole su una città che ancora non sa di essere destinata all’immortalità.
In quel giovane politico dai tratti severi la Storia intravede già qualcosa di più di un semplice stratega: un uomo che saprà unire il potere alla bellezza, la parola alla pietra, l’intelletto alla passione. Pericle non è ancora il “primo cittadino di Atene”, ma sta per entrare in scena.
Quando finalmente Pericle emergerà sulla scena politica ateniese con chiarezza, lo farà non come un improvviso fulmine a ciel sereno, ma come un disegno pazientemente tracciato. Ha atteso, osservato, preparato. Adesso è pronto a imprimere la sua impronta. Non è un colpo di stato, né un’accelerazione improvvisa del destino: è una presa di responsabilità, é una lenta, inarrestabile costruzione del potere attraverso il consenso, la fiducia e, soprattutto, la visione.
Pericle non si limiterà a occupare una posizione: ne ridefinirà il significato. Diventerà strategos, comandante militare eletto annualmente, e manterrà quel ruolo per oltre trent’anni. Non c’è un precedente nella Storia. Ma ciò che renderà unica la sua leadership non sarà la longevità, bensì la profondità dell’impronta che lascerà nell’incedere lungo questo percorso di vita. A differenza di altri leader, Pericle non si presenta come padrone della città, ma come suo servitore illuminato.
Sotto la sua guida, Atene non solo rafforzerà la sua democrazia: la trasformerà. Le istituzioni si apriranno ai cittadini, la partecipazione politica non sarà più solo un privilegio dei nobili, ma un dovere civico, sostenuto da compensi pubblici per permettere anche ai più poveri di partecipare alle assemblee e ai tribunali. Pericle non predica l’uguaglianza astratta: la sta rendendo concreta e strutturale.
La sua sarà una democrazia guidata, diremmo oggi “protetta”. Sa bene che il potere della folla può essere instabile, che la libertà può degenerare in disordine. Così, si porrà come mediatore tra la volontà popolare e il bene comune. Pericle é al tempo stesso interprete e correttore del popolo. In lui si fondano la fermezza del governante e l’umiltà del servitore.
La sua visione è chiara: Atene non deve solo essere potente, deve essere bella, deve essere giusta, deve essere modello. Una città che non si deve limitare a vincere, ma deve ispirare. Ed è in questa visione che la politica si fonderà con l’arte, la cultura, la filosofia. Il potere, per Pericle, non è fine a sé stesso, ma strumento per costruire un’idea di civiltà.
Non mancheranno gli oppositori né le accuse di populismo o di egemonia travestita da democrazia. Alcuni vedranno in lui un monarca mascherato da democratico, altri lo accuseranno di usare le casse della Lega Delio-Attica – teoricamente create per difendersi dai Persiani – per finanziare le sue ambizioni monumentali. Pericle non si difenderà con rabbia. Risponderà con i risultati e, soprattutto, con parole che la storia non dimenticherà. In un famoso discorso, passato alla storia come l’orazione funebre, Pericle renderà omaggio ai caduti della guerra e, insieme, celebrerà il modello ateniese: «La nostra costituzione si chiama democrazia, perché il potere è nelle mani non di pochi, ma della maggioranza». In quelle parole c’è tutta la sua essenza. Il suo potere non nascerà quindi dalla paura né dalla forza, ma dall’idea condivisa di un progetto comune. Sarà questo il cuore della sua grandezza: Pericle non governerà su Atene, governerà con Atene. Sarà la voce di una città che comincia a riconoscersi non solo nella propria forza militare, ma nella propria identità culturale, nel proprio splendore artistico, nella propria sete di sapere. La politica diventerà così arte e il potere si farà strumento di bellezza.
In pochi anni Atene smetterà di essere una tra le tante poleis della Grecia: diventerà la capitale morale e culturale del mondo antico. E al centro di tutto questo ci sarà sempre lui, Pericle, il visionario che ha saputo credere nel possibile prima che diventasse reale.
L’età d’oro di Atene

Marmo, copia romana di un originale greco del 430 a.C. circa – Museo vaticano
Atene sotto il governo di Pericle non è più soltanto una città, é un’idea; è un faro che illumina il mondo antico, un laboratorio di civiltà, un miracolo politico e culturale. Mai, prima d’allora, la storia aveva visto manifestarsi in un solo luogo così tanta bellezza, sapere e potenza. Quello che oggi chiamiamo “classico” è nato lì, in quel tempo, in quel luogo. E Pericle ne è stato il promotore, l’artefice.
Non bastava difendere Atene: bisognava plasmarla, renderla eterna. È con questa consapevolezza e in questa prospettiva che Pericle darà il via al più imponente progetto artistico e urbanistico dell’antichità: la ricostruzione dell’Acropoli. Là dove i Persiani avevano lasciato rovine e ferite, Pericle sogna a occhi aperti templi, colonne, statue, non per vanità, ma per orgoglio collettivo, per dimostrare, anche con la pietra, che la democrazia può creare bellezza.
Affiderà quindi i lavori a Fidia, il più grande scultore del suo tempo, e chiamerà i migliori architetti: Ictino e Callicrate. Sotto la loro direzione nasceranno il Partenone, l’Eretteo, i Propilei. Ogni blocco di marmo oggi racconta un’epoca, ogni colonna dorica sfida il tempo. È la gloria della polis scolpita nella materia.
Ma non è solo l’architettura a fiorire. Pericle sarà anche il mecenate della parola, della tragedia, del pensiero. Sotto il suo governo Sofocle scriverà le sue opere immortali, Euripide esplorerà l’animo umano, Aristofane lancerà le prime, sottili frecce della satira politica. E, nell’ombra, un giovane Socrate inizierà come un tafano a pungere la gente ponendo domande che metteranno in discussione tutto ciò che l’uomo crede di sapere.
L’arte non sarà evasione, ma riflessione, strumento di partecipazione alla vita pubblica. A teatro non si assisterà solo a storie tragiche o comiche: si dibatterà, si penserà, si formerà il cittadino. Pericle lo sapeva. Ed è per questo che l’ingresso agli spettacoli verrà finanziato dallo Stato, perché ogni ateniese, ricco o povero, possa crescere con la cultura.
Anche la scienza vivrà un momento di grande fermento. Ippocrate porrà le basi della medicina razionale, Democrito indagherà la materia, Anassagora, giàcitato méntore dello stesso Pericle, introdurrà il pensiero naturalistico e l’idea del nous, un’intelligenza ordinatrice del cosmo. Il sapere non sarà più dominio degli dei, ma conquista degli uomini.
In questo clima Atene diventerà ciò che Pericle aveva sempre sognato: non solo una potenza politica, ma il cuore pulsante della civiltà. Una città dove la libertà di pensiero, l’ingegno umano e la bellezza dovevano e potevano convivere. Dove il cittadino è protagonista, e non spettatore.
Tuttavia, la grandezza avrà un prezzo. Le opere sono costose e l’ambizione attira invidie. La Lega Delio-Attica, nata per difendere i greci dai Persiani, diventerà sempre più un impero ateniese e le poleis alleate inizieranno a sentirsi sottomesse. Sparta osserverà questa crescita con sempre maggior sospetto.
Pericle, però, é ancora convinto che la cultura sia l’arma più potente, che la bellezza sia più duratura della vittoria. E in un celebre discorso, tramandato da Tucidide, affermerà con orgoglio:
“Amanti della bellezza nella semplicità, amanti del sapere senza mollezza, noi ateniensi uniamo l’azione alla riflessione.”
In queste parole si riflette l’anima dell’epoca: equilibrio tra pensiero e azione, tra passione e misura. L’ideale del cittadino bello e buono è diventato realtà. È questo il vertice dell’età d’oro di Atene.
Siamo ora al culmine dell’epoca periclea; abbiamo illustrato come il potere sia stato utilizzato per costruire ed elevare cultura, arte e pensiero, e abbia così reso Atene un modello che, in parte, ispira ancora oggi il mondo moderno. Come ogni vetta, però, anche questa nasconde il rischio della caduta.
L’ombra della guerra

di Jean-Charles Nicaise Perrin (1754-1831)
Ogni luce, per quanto accecante, genera ombre. E così, mentre Atene brilla del suo massimo splendore, l’oscurità comincia a farsi strada alle sue spalle. L’egemonia ateniese, sostenuta dalla flotta e finanziata dalle poleis alleate, spesso più obbligate che consenzienti, susciterà rancore e diffidenza. A Sparta, tradizionale rivale di Atene, crescerà il malcontento. La Lega del Peloponneso si compatterà. I venti della rivalità inizieranno a spirare, e cominceranno a rullare i tamburi di guerra.
Pericle, che ha sempre avuto una visione alta e distaccata della politica, comprende che lo scontro é ormai inevitabile. Ma é anche convinto che Atene, protetta dalle sue mura e forte della sua flotta, possa resistere e vincere attraverso la strategia, non con la brutalità. Sconsiglierà lo scontro diretto, punterà sull’attesa, sull’autosufficienza economica e sulla superiorità culturale. La sua sarà una guerra di logoramento, più mentale che fisica.
Nel 431 a.C. esploderà la Guerra del Peloponneso. Una guerra lunga, crudele, che metterà a dura prova non solo Atene, ma l’intera Grecia. Pericle, fedele al suo piano, ordinerà a tutti gli ateniesi dei dintorni di rifugiarsi entro le Mura Lunghe che collegano Atene al porto del Pireo. L’intento è quello di proteggere la popolazione e mantenere la connessione commerciale e navale.
Ma qualcosa sfuggirà al suo controllo: la peste. Nelle strade sovraffollate della città assediata le condizioni igieniche si degraderanno rapidamente. Una violenta epidemia si diffonderà, falciando migliaia di vite, seminando panico e disperazione. Nessuna strategia, per quanto razionale, aveva previsto questo nemico invisibile.
La peste colpisce anche Pericle. Sopravvivrà alla prima ondata, ma perderà i suoi due figli legittimi e l’amata compagna Aspasia, una donna colta, libera e straniera, che aveva saputo tenergli testa sul piano intellettuale e affettivo. A Pericle resta solo un figlio naturale, Pericle il Giovane, avuto proprio da Aspasia.
Indebolito nel corpo e nell’animo, il grande stratega assiste ora al deteriorarsi della fiducia nei suoi confronti. I suoi avversari politici, che non avevano mai smesso di covare risentimento, ne approfittano: lo accuseranno di malgoverno, di arroganza, persino di empietà. Verrà momentaneamente estromesso dal potere. Sarà un colpo durissimo, ma non si difenderà con rabbia: accetterà la decisione del popolo che aveva sempre servito con la dignità di un vero democratico.
La sua assenza, però, si farà subito sentire. I successori non hanno la sua visione né la sua misura. In breve, Atene sta sprofondando nel caos politico. Richiamato al potere, Pericle tenterà un ultimo atto di governo, ma ormai la sua parabola è al termine. Muore nel 429 a.C., consumato dalla malattia e dal dolore. I contemporanei dicono che, poco prima di morire, abbia sorriso non per le sue vittorie, ma perché confortato dalla consapevolezza di aver saputo governare senza mai costringere nessuno con la forza.
Con la morte di Pericle, muore anche l’illusione di un’Atene invincibile. La guerra continuerà per altri ventisette anni, con esiti disastrosi. Sparta vincerà, ma sarà una vittoria sterile: nessuna città, da allora in poi, riuscirà più a rappresentare l’ideale greco come Atene nell’epoca di Pericle.
Eppure, nel momento del disastro, la sua figura si è stagliata con maggiore nitidezza. Come spesso accade, la grandezza si riconosce nel vuoto che una persona lascia. Pericle aveva sognato una città bella, giusta, forte. L’aveva costruita. Il mondo reale – instabile, imprevedibile – aveva altri piani.
La sua fine non è tragica nel senso teatrale del termine: è umana. Un uomo che ha dato tutto per la sua città, che ha amato il sapere, il dibattito, la bellezza, si è spento tra le macerie di una guerra che non avrebbe voluto.
Proprio in questo contrasto tra il suo sogno e il fallimento della realtà, si cela il valore più profondo del suo esempio. Forse è questa la rappresentazione del lato oscuro della grandezza di Pericle: l’inevitabile confronto tra ideale e realtà la vulnerabilità di un leader visionario di fronte agli eventi incontrollabili.
L’eredità di Pericle nel mondo moderno

Incisione da un dipinto di Gaspare Landi (1756-1830).
I secoli passano, gli imperi crollano, le mappe cambiano. Eppure il nome di Pericle continua a vivere ancora oggi, non nei titoli di monarchi o nei racconti mitologici, ma nei fondamenti stessi del nostro ragionevole modo di pensare la politica, la libertà, la cultura. Ciò che Atene è stata sotto la sua guida è diventato, in molte parti del mondo, un modello a cui tendere. E il suo sogno – quello di una città dove l’intelligenza e la bellezza si uniscono al senso civico – è oggi più che mai attuale.
Pericle non ha lasciato scritti: non ha fondato una scuola, non ha curato la stesura di trattati. Eppure la sua eredità vive nella concretezza delle istituzioni democratiche. Ha parlato in assemblee aperte, si è confrontato con il popolo, ha considerato l’educazione e la partecipazione attiva dei cittadini un pilastro dello Stato. In un’epoca in cui molti governi si fondavano ancora sulla forza, sul sangue o sull’eredità dinastica, Pericle ha scommesso sulla parola, sulla ragione, sulla persuasione.
La sua idea di democrazia non è perfetta, lo sapeva anche lui. Non concepiva ad esempio che le donne che potessero occuparsi della cosa pubblica, ma basti pensare che in merito a tale questione, nel nostro Paese ciò è avvenuto solo nel 1946.
Pericle non è stato un rivoluzionario cieco, è stato un riformatore, consapevole dei limiti del suo tempo e deciso a superarli per quanto possibile più avanti. Quello che oggi conta non è misurarlo con il metro dei nostri diritti, ma con quello del coraggio, quel coraggio che ha avuto nel proseguire l’idea di partecipazione al fine di rendere il cittadino non un suddito, ma un protagonista.
L’orazione funebre riportata da Tucidide è, ancora oggi, uno dei documenti più alti mai scritti sulla libertà civile, parole che suonano incredibilmente moderne:
«Noi amiamo la bellezza con semplicità e coltiviamo il sapere senza mollezza. Usiamo la ricchezza più come occasione di azione che di vanteria, e nessuno resta inattivo per timidezza nei confronti della politica.»
In queste frasi è racchiusa una visione di cittadinanza attiva, di responsabilità pubblica, di etica collettiva. Sono valori che, in un’epoca come la nostra, spesso segnata da individualismo, disinteresse e sfiducia verso le istituzioni, suonano come un richiamo necessario.
L’eredità di Pericle non si esaurisce nella politica. Vive nell’arte, nel teatro, nella filosofia, nella scienza. Ogni volta che ci chiediamo quale debba essere il rapporto tra potere e cultura, tra governo e bellezza, tra cittadino e città, evochiamo – anche senza saperlo – il suo esempio e ciò nella condivisa consapevolezza che il bene individuale ha come necessario presupposto e completamento quello collettivo.
L’idea che lo Stato deve investire nella cultura non per retorica politica, ma per crescita collettiva, che l’educazione non é un lusso, ma un diritto, che il patrimonio culturale deve essere condiviso e accessibile, tutte queste convinzioni moderne affondano le radici nell’età di Pericle.
In un tempo in cui la politica è spesso screditata, in cui il consenso si ottiene con la semplificazione e la paura, la figura di Pericle appare come un gigante silenzioso. Un uomo che non ha mai urlato, ma ha convinto, che non ha mai imposto, ma ha ispirato e che ha creduto in un’idea semplice ma potentissima, e cioè che la vera grandezza di una città non si misura dalla vastità dei suoi confini, ma dalla qualità dei suoi cittadini.
Certo, il mondo è cambiato. Le democrazie moderne sono molto diverse da quella ateniese. Eppure, ogni volta che eleggiamo un rappresentante, che ci indigniamo per un’ingiustizia, che discutiamo su cosa sia giusto per la collettività, stiamo esercitando un’eredità che passa anche da lui.
Pericle non è stato un santo nell’accezione religiosa in cui il credente si riconosce, né un utopista. E’stato un uomo immerso nella sua epoca, con le sue luci e le sue ombre, dotato di una qualità rara: quella di guardare oltre, di immaginare un futuro più grande del presente, di capire che il potere, se non è al servizio della cultura e della libertà, diventa qualcosa di sterile.
Oggi, in un mondo in cui le crisi della democrazia si moltiplicano e in cui la cultura sembra sempre più marginalizzata, ricordare Pericle non è un atto nostalgico: è un doveroso esercizio di vera attività di servizio politico, è un invito a credere ancora che la politica possa essere arte, che il sapere possa guidare il potere e che il cittadino non debba mai smettere di essere protagonista del proprio tempo.
Ogni epoca ha bisogno dei suoi miti. Ma ancor più ha bisogno di esempi, di figure reali, storiche, che mostrino come la grandezza non risieda solo nel potere, ma anche nella visione. Pericle è stato questo: un esempio, un uomo immerso nel tempo, che ha saputo però guardare oltre il tempo, un leader che non ha eretto monumenti a se stesso, ma alla collettività, che ha visto nella cultura non un ornamento, ma una necessità.
In questo disilluso mondo in cui il potere spesso urla e la cultura tace, in cui la politica scivola nel calcolo e nel disegno della convenienza, ricordare Pericle è pertanto un riverente atto doveroso. Significa credere ancora in una politica che educa, che eleva, che protegge, in un’idea di cittadinanza che non si limita a votare, ma che partecipa, discute, crea.
L’Atene di Pericle è scomparsa. Eppure qualcosa di quella città vive ancora nelle aule parlamentari, nei dibattiti pubblici, nelle università, nei musei, in ogni gesto in cui l’uomo sceglie il pensiero invece della forza, la parola invece del dominio.
Per questo parlare di Pericle oggi non è guardare indietro. È guardare avanti. È chiedersi se siamo ancora capaci di sognare città migliori, di credere nella forza delle idee, di coltivare bellezza e giustizia come beni comuni.
In un’epoca di incertezza il suo esempio ci ricorda che il futuro non è una fatalità da subire, ma una costruzione collettiva da guidare e che ogni città, ogni comunità, possono diventare eterne, se hanno il coraggio di pensarsi non come potenza, ma come modello. E di Pericle rimarrà non solo una figura storica, ma un esempio vivo e necessario sia per il presente che per il futuro.
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